Finirai per trovarla la via, se prima hai il coraggio di perderti... T. Terzani

SPECIALE - Il Terremoto, 3 anni dopo.

Il terremoto di Sendai e del Tōhoku del 2011 (東北地方太平洋沖地震 Tōhoku chihō taiheiyō-oki jishin, Terremoto in alto mare della regione di Tōhoku e dell’Oceano Pacifico) si verificò l’11 marzo 2011 al largo della costa della regione di Tōhoku, nel Giappone settentrionale, alle ore 14:46 locali alla profondità di 30 chilometri.

Il sisma, di magnitudo 9,0 (secondo l’USGS), con epicentro in mare e con successivo tsunami, è a tutt’oggi il più potente mai misurato in Giappone e il settimo a livello mondiale.

I terribili accadimenti dell’11 marzo mi scossero non poco, vedere un paese così avanzato impotente di fronte alla violenza degli eventi naturali è stato come capire che possiamo essere moderni quanto vogliamo, ma alla natura basterà sempre un momento per spazzarci via.

L’occasione per approfondire ogni aspetto legato al post-disastro è proprio questo viaggio, dove con la libertà delle due ruote, e grazie ai contatti LAILAC potrò scoprire ogni landa per sondare il terreno 3 anni e mezzo dopo.

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Il terremoto, il più grave mai registrato in Giappone, in sé non ha provocato la maggior parte dei danni materiali ed umani.

In seguito alla scossa si è generato uno tsunami con onde alte oltre 10 metri che hanno raggiunto una velocità di circa 750 km/h.

Le coste giapponesi più colpite dalle onde anomale sono state quella della prefettura di Iwate, dove si è registrata l’onda più alta, abbattutasi nelle vicinanze della città di Miyako, che ha raggiunto la straordinaria altezza di 40,5 metri, e quella della prefettura di Miyagi, che ha subito i maggiori danni, con automobili, edifici, navi e treni travolti dalle onde.

L’arrivo al mare, avvenuto nei pressi di Ofunato, è di per sé sconvolgente: mi trovo di fronte a delle gigantesche barriere fatte di riporti di terra, saranno alte almeno 10m, e si estendono per migliaia di metri quadrati.

Le strutture per il movimento terra si estendono per centinaia di metri in un’intricata rete di tunnel, addirittura c’è un ponte strallato che dalla collina porta terra oltre un braccio di mare che si insinua nell’entroterra.

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Per approfondimento, qui avete la possibilità di vedere con i miei occhi l’impatto con la costa.

La zona  costiera è un saliscendi continuo, e continuamente è possibile notare cartelli che denotano l’inizio e la fine della sezione inondata dallo Tsunami.

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La giornata grigia accompagna il clima di raccoglimento che induce involontariamente la vista di questa distruzione.

E’ impressionante osservare come in altura le case siano perfette e pochi metri più in basso ci sia il deserto, tutto spazzato via dall’onda anomala.

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Ogni tanto incontro delle deviazioni stradali, il GPS non sa più come ricalcolare la strada, mi trovo in mezzo al niente secondo la cartografia del Garmin; molte strade di servizio sono appena state realizzate per sopperire a quelle che adesso…non esistono più!

Parte della viabilità è stata inghiottita dal mare, così come parte della rete ferroviaria, interrotta a tratti.

E così capita di imbattersi in strade senza sfondo, che terminano in una voragine o nel mare.

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I paesaggi che si susseguono mettono i brividi, intere colline sbancate, spogliate da ogni cosa, e poi mutilate per costruire barriere e plasmare di nuovo la costa, scomparsa dopo il ritiro dell’onda.

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Dove c’erano ponti, adesso c’è il mare…

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Banchine in cemento armato, strutture in metallo, un groviglio di materiali contorti in posizioni che ricordano uno strazio, quasi un grido di dolore.

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E prefabbricati sbattuti lontano da dove erano situati in precedenza, in posizioni innaturali.

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Mentre sfreccio sull’asfalto umido, sotto qualche lacrima di pioggia, sulla destra scorgo strutture temporanee sistemate in ordine preciso dietro ad una rete metallica: sono le case degli sfollati, che passeranno almeno un’altro freddo inverno dentro a queste costruzioni precarie.

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Non ho mai visto un dispiegamento di mezzi tanto grande, solo nella giornata di oggi avrò visto centinaia tra bulldozer, escavatori, sistemi di trasporto e movimento terra. I giapponesi, quando fanno, fanno sul serio.

Arrivo a Minamisouma.

Qui ho uno degli appuntamenti più importanti in Giappone, una sosta conoscitiva per aggiornare le conoscenze a proposito dei danni da radiazione nucleare.

Minamisouma è infatti il comune abitabile più vicino alla centrale nucleare Fukushima Dai-ichi, i cui reattori 1, 2, 3 e 4 sono collassati a poca distanza dai terribili avvenimenti precedenti, quasi a voler infierire come non fosse abbastanza, come una “terza piaga” su un territorio già pesantemente colpito.

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I reattori attivi a Fukushima I erano i n. 1, 2 e 3, mentre altri tre erano stati spenti per manutenzione.

Questi si sono disattivati automaticamente dopo la scossa, ma i sistemi di raffreddamento sono comunque risultati danneggiati, causando un surriscaldamento incontrollato. Il livello dell’acqua negli impianti è sceso sotto i livelli minimi di guardia in tutti e due i siti, e pertanto è stata dichiarata l’emergenza nucleare (la prima nella storia del Giappone).

Alle 15:40 (6:40 UTC) dell’11 marzo il reattore n. 1 di Fukushima I ha subito la fusione delle barre di combustibile e un’esplosione visibile anche dall’esterno, che ha provocato il crollo di parte delle strutture esterne della centrale.

In un’ora sarebbero state rilasciate più radiazioni che nell’arco di un anno.

Il 12 marzo si è verificato lo stesso problema al reattore n. 3 della stessa centrale.

Per contenere il surriscaldamento è stato autorizzato il rilascio controllato di vapore e si è proceduto all’irrorazione dei reattori con acqua di mare e acido borico (capace di assorbire neutroni e rallentare la reazione del combustibile).

I gas dispersi dalle esplosioni e dal rilascio di vapore hanno diffuso nell’atmosfera ioni radioattivi di iodio 131.

La successiva evacuazione ha interessato 110 000 persone nel raggio di 30 chilometri dall’impianto di Fukushima I.

Il 14 marzo si è interrotto l’impianto di raffreddamento del reattore n. 2, subito irrorato con acqua marina e boro.

Nella notte del 15 marzo è avvenuta un’esplosione, con successivo incendio, al reattore n. 4: anche se spento, il guasto all’impianto di raffreddamento ha impedito di contenere il surriscaldamento dovuto al decadimento naturale del combustibile nucleare, e questo ha portato alla vaporizzazione dell’acqua della piscina di soppressione in cui è immerso il reattore e alla successiva reazione tra vapore bollente e lo zirconio che riveste le barre di combustibile; l’acqua attorno al reattore si è prosciugata portando il surriscaldamento fuori controllo.

Gli incendi e la radioattività hanno reso problematico l’accesso negli impianti dei tecnici che cercavano di riprendere il controllo dei reattori.

Tuttavia, i contenitori primari (vessel) dei reattori interessati dagli incidenti (n. 1, 2, 3 e 4) hanno resistito alle esplosioni e al surriscaldamento.

Gli avvenimenti sono stati classificati dall’Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale del Giappone al grado 7 della scala INES, il massimo, a pari livello con il Disastro di Černobyl’.

Con Hoshimi san ho per la prima volta occasione di osservare queste zone, entro un raggio compreso tra 10 e 20km dalla centrale.

Cominciamo a girovagare a bordo della sua Prius.

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Visitiamo la città di Odaka, a pochi km da Minamisouma.

Non è abitabile: è una città fantasma. Mette un po’ i brividi passeggiare tra le strade di questo paese, tutte le serrande sono chiuse, per strada non c’è niente e nessuno.

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Ogni tanto si vede qualche traccia di umanità, qualche fiore ancora mantenuto da chissà chi, qualche persona che torna qui a raccogliere macerie o a tagliare l’erba attorno alla propria casa, vuota, con la speranza che un giorno tornerà abitabile.

Qui si può lavorare ma non vivere.

E nel frattempo, attorno alle abitazioni di chi ha perso la speranza, la natura si riappropria di quello che era suo da sempre.

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Edifici pericolanti si moltiplicano, ma la manodopera giapponese è efficiente e molti di essi sono già stati demoliti o messi in sicurezza.

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Il paesaggio è quasi da film. Incute irrequietezza.

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Fuori dal centro, più che ci si avvicina alla costa e più si vedono edifici collassati o con gravi danni.

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Ma la cosa più impressionante è che spesso non si vede niente, solo una distesa verde che una volta era punteggiata da centinaia di edifici. Ogni tanto un cartello ricorda anche quante case sono state spazzate via nella zona.

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Case strappate alle loro basi, esili fondazioni sono ciò che rimane di quello che vi era un tempo.

Case in legno perlopiù.

La cosa impressionante è che quelle in cemento armato o muratura invece sono sopravvissute, e spesso costituiscono puntini in mezzo al nulla.

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Pali della luce ancora contorti, a ricordarci la direzione presa dall’onda l’11 marzo.

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Attività chiuse quello stesso giorno, e mai più riaperte.

Spesso anche in zone abitabili; il personale dopo essere fuggito, dopo aver magari perso la casa, non è più tornato, e molti sono i negozi che non hanno potuto riaprire.

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L’interessante gita proposta da Hoshimi si chiude con un grande senso di irrequietezza e con lo stomaco chiuso; adesso che sono da Ohara san non riesco comunque a tranquillizzarmi: non è semplice, quando mi mostra alcuni filmati amatoriali del giorno dello tsunami, trattenere una certa inquietudine, osservando la gigantesca onda che in pochi minuti travolge e distrugge capannoni e case, gli impegni di una vita – qui al porto di Minamisoma l’onda ha raggiunto i 20-30m.

Anche Ohara san si propone di portarmi in giro in zona, stavolta andiamo verso la centrale Dai-ichi, vogliono mostrarmi il punto dove la strada si interrompe, a circa 10km dalla centrale.

I controlli sono strettissimi, solo i più strettamente autorizzati possono passare; lunedì 15 settembre la strada riaprirà ai mezzi, ma non tutti, l’eccezione la fanno le moto, e non capisco perché…la moto è un mezzo più veloce dell’auto, dovrebbe essere più sicuro transitare in moto dato che il tempo di esposizione sarebbe minore.

Non avevo tenuto conto del fatto che la moto è pienamente esposta all’aria, e la polvere radioattiva, ancora presente in quantità nell’aria, potrebbe essere molto dannosa.

Le auto, ad abitacolo sigillato e con l’aria chiusa, potranno passare.

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Spuntano dal niente, le cattedrali del deserto.

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Riprendiamo il cammino tornando a nord passando per la strada principale.

Ai lati, sia verso ovest che verso est, in direzione del mare, le strade sono tutte sbarrate, con dispositivi più o meno definitivi, ma vedere un guardrail piantato nel cemento e nell’asfalto non fa certo presagire che quella strada riaprirà presto.

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Anche qui i controlli sono severissimi, e se non c’è alcun dispositivo di protezione, un poliziotto controlla l’ingresso del traffico, sempre.

Anche stavolta non riusciamo a passare, neanche cercando di spacciarmi per una specie di inviato italiano in missione per un reportage.

Dietro di lui, il nulla, di nuovo, una città fantasma.

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Le attività chiuse si moltiplicano, a volte sono intonse, né colpite dallo tsunami né dal terremoto, ma non c’è forza lavoro, e così gli interni appaiono spesso disordinati, oppure completamente vuoti.

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Il mare, adesso così calmo, sembra quasi impossibile che questo possa generare una tale forza da spazzare via ogni forma di antropizzazione entro 2 km dalla costa.

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Ci fermiamo in mezzo alla pianura, a pochi metri dalla costa: qui viveva la nonna di Ohara san, la sua casetta in legno era in prima fila quando lo tsunami è arrivato.

Adesso?

Solo fitta vegetazione, nient’altro.

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Non è inusuale trovare luoghi di raccoglimento lungo le località costiere, piccoli santuari buddisti con lapidi in cui sono incisi i nomi di coloro che sono venuti a mancare.

Molti di essi erano amici di Ohara san.

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Solo a Minamisoma sono morte 800 persone.

Lo tsunami se ne è portate via quasi 15.000.

Perché? Perché, chiedo?

Ohara san risponde, con un briciolo di risentimento, che lo tsunami è una cosa a cui sono abituati a far fronte, di solito, dopo ogni terremoto di discreta intensità con epicentro nel mare arriva un’onda di modeste dimensioni.

Anche l’11 marzo doveva essere così, nessun allarme.

Quando però i sismologi e gli oceanografi hanno notato l’anomalia che ha generato onde fino a 40m a velocità pazzesche (fino a 750km/h) il tempo era troppo poco per diramare un allarme tempestivo.

Dal momento dell’allerta all’impatto sulle coste i giapponesi hanno avuto soltanto mezz’ora di tempo per mettersi in salvo.

Questa è la causa di tanti morti.

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Ringrazio Ohara san per aver fatto un po’ di luce in più su quelli che per me erano misteri, rendendo più comprensibile capire come un paese così tecnologico e con tutti gli strumenti più avanzati per prevedere situazioni del genere abbia avuto tanta difficoltà.

La mia ultima giornata la passerò in compagnia di Ohara san, che lavora in Ospedale, anche se in ufficio e non nei vari ambulatori; questo è comunque interessante dal punto di vista delle patologie post-radiazione, sicuramente ne saprà qualcosa.

Come già è stato sottolineato poco sopra, durante il raffreddamento con acido borico dei reattori è stato liberato Iodio-131 nell’atmosfera.

Lo Iodio-131 è un grave pericolo a breve termine, dato che ha una emivita di 8 giorni, decadendo in modo beta (90%) e gamma (10%). Si concentra nella tiroide, dove può provocare diversi tipi di tumore e altri disturbi come il morbo di Basedow e tiroiditi autoimmuni. Comunque è un organo asportabile grazie alla chirurgia radicale e alla terapia con il radioiodio.

Chiedo a Ogawa san se ci sono state ripercussioni sulla cittadinanza in seguito ai fatti della centrale, ma con estrema sicurezza mi risponde che no, nessuno è stato ricoverato con alcuna patologia riconducibile alle radiazioni, eccetto ovviamente chi si trovava nelle immediate vicinanze nei momenti critici.

Gli credo sulla parola, i giapponesi difficilmente mentono e sembra molto sicuro del fatto suo.

Durante la nostra “gita” incontriamo uno strumento che ancora non ero riuscito a capire cosa fosse, nonostante lo avessi visto già molte volte.

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Si tratta di un rilevatore geiger alimentato da pannello solare: questo segnala 0.353 microSievert/ora, un valore trascurabile.

In un anno, il valore di radiazione assorbita sarà di circa 3 milliSievert, ovvero la stessa quantità assorbita da un italiano.

Questi dispositivi mi rassicurano, si trovano spesso e sono una garanzia per il popolo giapponese.

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Ci spostiamo verso la montagna.

Minamisouma dall’alto, la centrale a carbone sullo sfondo.

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Proseguiamo il giro, nelle campagne attorno alla città, e qui salta fuori un altro problema, forse il più grave attualmente.

Le ricadute hanno provocato il deposito di polvere radioattiva sul territorio, che viene sistematicamente pulito tramite l’asportazione dello strato superficiale del terreno.

Questo viene poi depositato in sacchettoni neri che si trovano spesso ammassati ai lati della strada, in attesa di essere piazzati da qualche parte: ovviamente nessuno li vuole vicino!

Ogni tanto troviamo qualche sito di stoccaggio, non capisco se sarà temporaneo o definitivo, funziona come una discarica: un telo di plastica viene posto a contatto col terreno, su di questo vengono poggiati i sacchettoni, sigillati con altro telo di plastica e poi coperti con terra.

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La precisione dei giapponesi impone di apporre cartelli contenenti notizie a proposito del sito di stoccaggio, che non riesco a capire in toto, ma c’è una dicitura facilmente comprensibile, ovvero quella che riguarda l’esposizione alle radiazioni, che qui è triplicata rispetto alle zone cittadine: 1.12 microSievert/ora.

Se una persona vivesse qui assumerebbe circa 9 milliSievert/anno, equivalenti alla dose di radiazione assorbita durante una scintigrafia.

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Non troppo lontano da questi siti si trovano le case temporanee per gli sfollati, è una distesa senza fine a volte, ce ne sono a centinaia.

Alcuni dei residenti potranno avere una casa nuova il prossimo anno, edilizia di base dal costo agevolato grazie all’intervento locale e del governo centrale.

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Mi rimetto in moto per dirigermi verso Urabandai.

Cerco di addentrarmi nell’entroterra, ma pare una missione impossibile.

Al primo tentativo trovo un cartello che avverte a proposito di qualcosa ad 8km da esso…non riesco a capire cosa anche se intuisco che ci sarà qualche problema, proseguo comunque.

Puntualmente 8km dopo trovo la strada sbarrata.

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Intuisco che sia una zona dove i venti siano spirati portando polvere radioattiva, non ancora bonificata, perciò l’accesso è vietato.

Provo nuovamente a prendere direzione ovest da più a sud, dopo un chilometro trovo lo stesso cartello; e ora? Se tutte le strade che provo sono così non arriverò mai a Urabandai…

Mi sento nuovamente come sul set di un film, quelli catastrofici, dove i personaggi cercano di fuggire dalla città contaminata e tutte le strade sono sbarrate.

Chiedo a due signori che si trovano nei paraggi, e finalmente riesco a capire quale sia la strada da seguire, devo andare verso Iitate, un villaggio fantasma anch’esso, non abitabile ma transitabile.

Vicino ad esso trovo un centro di stoccaggio immenso.

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I sacchi neri saranno migliaia e migliaia.

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Mi lascio alle spalle Minamisouma.

E tante amicizie.

Con un’idea più chiara di quello che è successo, e con la percezione di un popolo che nonostante sia già stato colpito da disastri nucleari, terremoti e maremoti, trova sempre la forza di rimettersi in piedi organizzandosi perfettamente e lavorando sodo fin da subito.

La burocrazia è aggirata in qualche modo con qualche permesso speciale, presumo, perché i lavori procedono senza sosta e senza problemi con autorizzazioni di sorta.

Giapponesi, un grande popolo.

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