Finirai per trovarla la via, se prima hai il coraggio di perderti... T. Terzani

Far Eastern Siberia.

Il mio tempo qui ad Ulan Ude è agli sgoccioli.

Non sarà un addio semplice, dopo aver vissuto come in famiglia per oltre 8 giorni in questo modesto appartamento di periferia.

Tuttavia preferisco non pensarci, per adesso la cosa migliore è continuare a godere dei giorni rimanenti, e così approfittiamo per fare qualche attività riposante…e golosa!

Natasha prepara un dolce che sua madre è solita preparare per le occasioni speciali, molto semplice e d’effetto.

DSC01845

Praticamente pan di spagna a cubetti, inzuppato nella smietana addolcita da zucchero e coperto da una cascata di cioccolato fondente fuso.

La variante introdotta da Natasha è stata una banana tagliata a dischetti.

Garantisco che era una specialità, l’ho finito praticamente da solo in 3 giorni!

DSC01850

Per smaltire un po’, il giorno seguente ci dirigiamo verso il tempio buddista di recente costruzione, che si trova in cima ad una collinetta non raggiungibile via bus causa lavori in corso per la strada.

Musiche dalla melodia cinese sono diffuse da altoparlanti, mentre spose buriate sfilano con le amiche tiratissime per qualche foto dal punto più panoramico di Ulan Ude.

DSC01854 DSC01855

All’interno, appena arrivati, i monaci si sistemano e cominciano a gorgheggiare, come solitamente fanno quando devono fare qualche celebrazione particolare.

In questo caso pregano per qualcosa o qualcuno, e le persone fanno la fila presso uno sportello apposito (pagando) per farsi stampare dei cedolini con le proprie preghiere da consegnare ai monaci che li leggeranno cantando e pregando; e qui svanisce anche la sacralità del buddismo, ridotta allo stremo di un negozio di preghiere.

DSC01857

Usciamo in silenzio mai voltando le spalle al Buddha, guai se gli si rivolge la schiena.

Purtroppo a metà ci scappa una risata, perché Natasha mi indica una foto e mi spiega che quella era una persona di Ulan Ude, morta in un incidente…la interrompo e le spiego che quello in realtà è il Dalai Lama e non riusciamo a trattenerci…che figura, tutti a guardarci storto!

DSC01858

Fine giornata in relax.

Mattina sveglia presto, ma non troppo, recupero della moto, sistemazione dei bagagli, con un rito lungo e quasi penoso, ultimo sguardo alla camera che mi ha accolto per così tanto, nessuna nostalgia adesso, ma sento che presto ne sentirò la mancanza.

DSC01852

Saluti, a Natasha ed al babbo Vladimir. Ci rivedremo?

DSC01866

Scendo in “paese” e non resisto: devo fermarmi nella “Lenina square” per fare almeno una foto con la più grande testa di Lenin al mondo.

DSC01873

Chissà se gli entra l’Arai? Secondo me no…il diametro è circa 5m!

DSC01877 DSC01879

La strada dopo Ulan Ude la conosco fino al cinquantacinquesimo chilometro, affrontata per andare a passare la nottata in tenda presso lo “sleeping lion”.

Non male, perfino meglio nei km successivi.

Sono partito tardi ed alle 17 incrocio per la seconda volta la Transiberiana, si vede davvero sporadicamente, io credevo che corresse a fianco della strada, ed invece non è così.

DSC01886 DSC01888

Faccio altri 100km, poco più, poi mi rendo conto che sono già entrato nel fuso orario di Chita, +1 ora rispetto Ulan Ude, e così decido di fermarmi appena possibile.

Trovo un Kafe, chiedo se sia possibile dormire in tenda dentro alla loro recinzione: Da!

Sono visibile dalla strada ma all’interno di un’inferriata, mi sento sicuro abbastanza da dormire.

Mentre mi appresto a montare la tenda ecco che la nuvola nera che avevo reputato non pericolosa scarica un fiume d’acqua a terra, devo trovare riparo percé il parcheggio in cemento dove avrei dormito adesso assomiglia al Baikal in versione ridotta.

Mi sistemo nell’anti-banya (la banya è la sauna russa, molto in voga qui) e spero di non essere disturbato.

DSC01904

Come non detto, fino ed oltre le 23.30 continua ad arrivare gente, oltretutto è pieno di insetti e ragni, decido di togliere le tende e di montare la mia in mezzo al parcheggio nella zona meno bagnata.

Il risveglio è piuttosto buono, non sento la sveglia ma mi alzo per le 8 e per le 9 sono pronto dopo un the caldo e wafer al cioccolato.

Purtroppo devo fare di nuovo i conti col torcicollo che mi perseguita da UU, sarà una lunga giornata di guida.

DSC01906

Mi avevano avvertito che la strada sarebbe stata brutta: ebbene, non ho mai trovato una strada migliore di quella che da Chita va a Khabarovsk.

O forse si, solo quella degli Altai era migliore, ma questa è comunque ottima!

DSC01913

Km #0 del lungo tratto di Transiberiana da Chita a Khabarovsk!

DSC01914

Chissà quanti km potrò fare oggi, mi convinco che se le condizioni del fondo sono queste sarò capace di farne almeno 500.

Mi fermo a fare benzina. Qui costa molto di più rispetto alla Russia prima del Baikal, la 80 ottani si trova difficilmente e costa quanto la 92 ottani di Novosibirsk.

Devo rifare i conti per il budget da destinarsi al carburante.

Conosco due motociclisti che non esitano a fermarsi per salutarmi, sono di S. Pietroburgo e stanno andando a Vladivostok.

Cavolo, in due su una moto, non riuscirò mai a capire come si possa fare a caricare il bagaglio e a non rischiare la vita ogni giorno per queste strade in 2!

DSC01920

Pausa pranzo. Mangio della carne con il pane che mi aveva comprato Vladimir, il padre di Natasha, ed una delle uova che Natasha mi aveva lessato, in questo modo durano fino a 2 settimane, a seconda del clima ovviamente.

DSC01925 DSC01927

Riparto.

Faccio pochi metri e un cartello mi desta l’attenzione. Non ci credo, ogni volta che leggo queste distanze rimango sbalordito.

Vabeh.

Dai, soli millenovecentonovantanove chilometri a Khabarovsk.

E che vuoi che sia.

DSC01929

La strada è dritta, l’asfalto scuro, recente, a volte si sente ancora il profumo del catrame, l’umidità lo fa salire alle narici.

DSC01938

Ogni tanto mi trovo a tu per tu con la moto.

Stai facendo un gran lavoro, grazie di avermi portato fin qui senza mai rogne.

DSC01941

Alla fine della giornata, che reputavo impossibile terminare a Mogocha, eccomi qui dopo 750km circa.

Le medie che si possono temere qui sono altissime e per strada non c’è praticamente nessuno, un vero paradiso del silenzio e della solitudine.

Mogocha è un paese piuttosto grande per la media dei villaggi (pochi) che si incontrano qui nel Far East, e vi trovo una confortevole gastinitsa per 800 rubli.

Appena scoprono che sono italiano, come sempre accade, mi cominciano a raccontare che amano Celentano, Albano, Toto Cutugno: ormai anche io conosco a memoria le loro canzoni pur non avendoli mai ascoltati!

La simpatia che suscito mi permette di mangiare pure a gratis…grazie!

DSC01944

La mattina l’atmosfera è da film horror: nebbia, ancora un po’ buio, sono appena le 7 e dalla finestra vedo questo.

DSC01942

Riparto, non molto riposato e con il collo ancora dolorante, chissà quando mi passerà, finché l’umidità relativa si attesterà ancora al 100% come già da due giorni accade, forse mai!

Il panorama è spettrale, ma suggestivo.

DSC01945 DSC01947

Mi fermo ad Amazar, uno dei villaggi più grandi della zona, dopo aver incontrato per strada alcuni motociclisti australiani che già avevo incontrato ad Ulan Ude, senza presentarmi però.

Faccio due chiacchiere con il “boss” e capisco che si tratta di un tour operator di viaggi in moto; ci scambiamo i contatti, chissà mai che un giorno l’uno non abbia bisogno dell’altro – a buon intenditor poche parole!

Amazar doveva essere la mia frugale pausa pranzo, si è invece trasformata in una regale sosta presso la casetta in legno di questo caro signore, Victor, che mi ha offerto dell’ottima carne di cavallo (ora ho provato anche quella!) corredata di insalata e le immancabili patate in padella.

E’ molto simpatico ed accomodante, ed alla fine mi regala pure della marmellata casalinga di lamponi: la adoro!!!

DSC01974 DSC01975

E’ un fan di Putin e ricorda con nostalgia l’URSS, uno alla vecchia maniera, ex militare, ed è fiero di mostrarmi alcune delle sue foto da marine, anni passati tra Kamchatka, Vietnam ed Etiopia.

DSC01979 DSC01981 DSC01984 DSC01990

Riparto.

Il silenzio del Far East mi stupisce ogni volta che mi fermo, il traffico è finalmente scarno e vedo una macchina ogni 2-3 minuti in media, che è molto, considerando che ci veniamo incontro circa ai 100km/h.

Le foreste corrono spesso lungo la strada. Betulle e abeti.

DSC01997DSC02004

E’ tardi, ed a pochi km da Shimanovsk trovo, neanche a farlo apposta, un Kafè che sembra soddisfare i miei requisiti di sicurezza.

Chiedo come al solito se sia possibile piantare la tenda, annuiscono, ma mi suggeriscono la loro gastinitsa.

Gli faccio capire che non voglio spendere i miei “dienghi” e così accettano di farmi dormire accanto al Kafe.

Per imbonirmeli mangio da loro, shashlick di maiale con cipolle e due fette di pane non troppo fresco.

La mattina la sveglia è per le 6 in punto, quando mi sveglio la foschia aleggia attorno a me, vedo forse per la prima volta in questo viaggio l’alba.

DSC02005

Come si alza il sole anche la nebbia comincia a salire. Qui nel Far East il punto negativo è sempre questo, l’umidità.

DSC02012

Una rana sembra attendermi per essere fotografata con la calda luce del risveglio.

DSC02018 DSC02022

Riparto.

Dopo la nebbia il tempo si dice sia buono lassù, ma i km da fare sono tanti, e prima o poi dovrò pur beccare di nuovo acqua.

Così è. E’ un giorno bagnato oggi.

DSC02026

Giorno bagnato in cui festeggio i 70.000, approssimati, km di questo motore.

La ciclistica ne ha ormai oltre 110.000. Mitica Hyper Ténéré!

DSC02029

L’ultimo attraversamento della ferrovia.

Di là, a pochi km, c’è Khabarovsk. E l’Amur.

DSC02032

Sergei mi aspetta al primo distributore col suo SX4 arancione.

In pochi minuti siamo a casa sua, dove ceno e faccio due chiacchiere con questa famiglia russa che mi ospiterà per i prossimi giorni a Khabarovsk.

Sto bene. Alla grande. Solo un po’ stanco, la stanchezza di oltre due mesi di viaggio.

Ma c’è qualcosa che non va, qualcosa non mi torna. Ho messo tra me e Ulan Ude 2800km in soli 4 giorni, tutto è filato liscio.

Sento di aver dimenticato qualcosa lì…

0

Posted:

Categories: 2014, Racconti di viaggio

BAM road: solo 4 opzioni per arrivare in fondo.

Ultima puntata del racconto della BAM road, affrontata dai due temerari motociclisti inglesi Peter Foulkes e Jon Brookbanks, stavolta si entra nel vivo!
A raccontare è Jon:

 

Ad ogni crinale ti chiedi quale ostacolo starai per affrontare, ed il mio cuore affonda ogni volta che il tracciato si divide. A questo punto una strada va sempre in alto, conducendo ad un ponte in legno marcio, o semplicemente ciò che ne rimane.L’altra strada va verso il basso, portando ad una sorta di guado.

Questo è tipico della BAM road, e senza possibilità di tornare indietro ci sono veramente solo 4 opzioni per proseguire…

img_3195

  • Opzione 1: Attraversare il ponte

Ci sono letteralmente centinaia di ponti da superare lungo la BAM road. Sono stati costruiti negli anni ’30 del 1900, gran parte di quelli in legno sono adesso marci, e molti collassati. Questi sono normalmente realizzati con traverse in legno della ferrovia, ma rattoppate con vecchie tavole, tronchi, rami degli alberi e persino tavoli. Alcuni sono estremamente stretti, si distendono lungo vasti e potenti freddi fiumi. La superficie di questi è un incubo per i motociclisti e spesso ci sarebbero poche possibilità di sopravvivere ad una caduta. Occasionalmente si vedono targhe coperte di fiori in memoria di qualcuno che ha perso la vita, o anche un camion caduto e giacente sul suo tetto al di sotto di una sezione precaria di ponte. Questi sono aspri promemoria dei pericoli di tale avventura, e spesso ci fanno domandare cosa stessimo facendo semplicemente “per divertimento”.

img_3264

Un particolare attraversamento che nessuno di noi due dimenticherà è quello dell’estremo ponte sul Vitim. Tornato a Mosca, Tony P., membro del “Sibersky Extreme Project”, ci ha dato un primo resoconto della sua storia dell’orrore su quel ponte, ed adesso era tempo della nostra. Era solo il secondo giorno, e come siamo arrivati sul crinale della collina ricordo di aver detto “porca pu**ana”. Sapevamo entrambi che questo momento sarebbe arrivato, ma nessuno pensava che l’avremmo raggiunto così presto. Prima di partire per questo viaggio, sia io che Pete pensavamo che in fondo avremmo potuto sorpassarlo senza problemi, ma il nostro punto di vista è cambiato immediatamente quando con timore abbiamo guardato giù all’enorme massa d’acqua che si riversava sotto di noi. La lunghezza dell’attraversamento è incredibile, l’altro capo del ponte sparisce all’orizzonte. La superficie è costituita da traverse in legno della ferrovia, tenute insieme da ampie maglie metalliche. Nel mezzo c’è una grande rampa, con grezzi listelli su ogni lato. Per l’intera lunghezza il ponte è estremamente stretto senza barriere laterali. Perfino solo camminarci mette in subbuglio il mio stomaco, e guardando in basso alle acque che fluiscono a velocità spaventosa mi fa girare la testa. Pete mi ha guardato e mi ha detto “solo stare qui mi fa stare male”.

img_31051

Era ovvio che percorrerlo in moto sarebbe stato meno goffo di quanto pensassimo, ma il più piccolo errore sarebbe stato fatale, così non c’era altra opzione che percorrerlo a piedi spingendo le moto. Tenere una moto a pieno carico controllandola con la frizione e camminando di lato non è un compito semplice. Certamente non aiuta avere stivali da fuoristrada. C’è sempre un alta percentuale di inciampare o rimanere intrappolati con la gamba sotto le borse posteriori. Sono andato per primo, con Pete che mi seguiva da vicino. Stava andando bene, finché non ho raggiunto la metà. Come la ruota anteriore è salita sulla rampa ho perso il momento e la moto ha cominciato a scivolare all’indietro anche con il freno tirato. Stavo gocciolando di sudore dalla punta del naso, e come al solito i miei pantaloni hanno cominciato a calare fino alle ginocchia! Fortunatamente sono stato capace di ricompormi, tirare su i pantaloni e attraversare la rampa in una dolce azione. Poi ho guardato Pete con paura mentra superava l’ostacolo. Una volta in salvo sulla sponda opposta ci siamo seduti sul bordo del ponte guardando indietro in soggezione, realizzando che il Vitim era ormai dietro di noi. Per cavalcarci una moto devi avere palle d’acciaio.

img_31131

Spesso un ponte non esiste, o è collassato, o non è mai stato finito: a questo punto dobbiamo ricercare l’opzione 2, guadare il fiume.

  • Opzione 2: guadare il fiume

L’acqua che scende dalle montagne è spesso gelida e scorre veloce. A volte sei faccia a faccia con un fiume così grande che è ovvio che non puoi guadarlo. Altre volte è meno chiaro, ed uno di noi deve procedere a piedi al fine di prendere una decisione. Sasso, carta, forbici questi momenti contano tanto quando hai un lungo giorno davanti. L’altezza dell’airbox è un fattore limitante, ma vedere il tuo motore sott’acqua, sentire il suo tono cambiare, e sentire la moto sballottata di lato è sempre un’esperienza scomoda.

img_3212  

Se non puoi guidare, o guadare il fiume, e non c’è un ponte da cui attraversare, beh allora è tempo per l’opzione 3, guidare sulla ferrovia.

  • Opzione 3: Guidare sulla ferrovia

Da bambino mi veniva insegnato di non giocare vicino alle rotaie, perciò guidarci una moto sembrava fuori questione. Comunque, quando guidi sulla BAM road spesso non c’è opzione. Al 3° giorno il tracciato è scomparso, ed era chiaro che non potevamo passare questa sezione. A questo punto abbiamo fatto il nostro primo riluttante tentativo di tornare indietro e cercare la ferrovia. Sfortunatamente l’unico spazio disponibile per continuare era dalla parte opposta dei binari, e in poco tempo ci siamo trovati in una situazione di panico frenetico nel tentativo di portare le moto di là. Senza pensare troppo abbiamo posizionato la mia moto, aperto il gas e lasciato la frizione, sperando che le sospensioni assorbissero i binari in modo da sorpassarli. Questo non è successo e con la ruota anteriore nel mezzo dei binari, la posteriore rimbalzando mi ha sbalzato di sella. Alla fine, la moto a pieno carico era in mezzo alla ferrovia, bloccata. Per fortuna Pete ha mantenuto la calma ed è venuto ad aiutarmi a tirarla su, riuscendo a sorpassare i binari. Tremando dalla paura ci siamo seduti pensando quanto stupidi eravamo stati. Sapendo che questa non sarebbe stata l’ultima volta che avremmo eseguito questa manovra, abbiamo speso un po’ di tempo a sviluppare una soluzione più elegante. Nello stesso giorno abbiamo dovuto ripeterla 6 volte, e senza più acqua a disposizione. Questo era il giorno numero 3, l’inferno.

Il nostro più lungo e pericoloso attraversamento è capitato al giorno n° 5. Il ponte era oltre 200m ed alla fine c’era una curva secca dei binari, rendendo impossibile capire se stesse arrivando un treno da lontano. A distanza potevamo vedere una piccola capanna, dove due guardie ferroviarie stavano di controllo. Questi ragazzi vengono scaricati lì dal treno nel mezzo del niente, e stanno alcuni giorni in solitudine, addetti al controllo del traffico. Ci siamo fermati ed abbiamo discusso della possibilità di camminare sui binari per raggiungerli, prima. Forse potevamo parlare alle guardie e ottenere il premesso di guidare le moto sul ponte? Tentando di comunicare con una guardia che non parlasse inglese avrebbe solo ritardato le procedure, e c’era la possibilità che non acconsentisse al nostro piano. Abbiamo deciso di fare un tentativo. Abbiamo seguito la nostra classica strategia, spengere i motori, ascoltare molto attentamente, quindi attraversare il ponte uno per volta mentre ci tenevamo in contatto con l’interfono. Se ci fosse stato alcun segno di treno in arrivo, allora avremmo dovuto scendere dai binari schiacciandoci in uno dgli strettissimi vani di servizio del ponte, dove speravamo che ci fosse abbastanza spazio da evitare il treno in arrivo. Questa sezione della ferrovia ha traverse in cemento armato, fornendo così una buona superficie dove guidare la moto. Provando a non pensarci, ho acceso il motore e accelerato sul ponte, snocciolando una marcia dietro l’altra fino alla 4a una volta raggiunto il termine. Ho potuto vedere la guardia uscire dalla capanna, e con un enorme sollievo ho continuato fino alla fine dell’attraversamento e spento il motore. Ho guardato indietro e Pete non era che un puntino a molta distanza. Ho ascoltato che non arrivassero altri treni e quindi segnalato via interfono “VAI VAI VAI!”.  Pete è arrivato volando sul ponte, a pochi centimetri dal bordo delle traverse. Non c’era spazio per errori, e non osavo pensare alle conseguenze di uno sbaglio.

img_3250

Una volta in fondo, abbiamo guidato lentamente verso la guardia, e tentato di raccontare in modo calmo, come se quello che avevamo appena fatto fosse stato del tutto normale. Essendo praticamente nel mezzo del nulla, solo dio sa cosa questo abbia pensato quando ha visto 2 moto apparire. Appariva stordito, ed ha cominciato a inveire qualcosa in russo. Lo abbiamo addolcito con 500 rubli stringendogli la mano, a questo punto ha sorriso, ci ha chiamato pazzi, ed incredibilmente ci ha invitati a stare nella sua capanna per una tazza di the ed un po’ di zuppa calda. Eravamo grati al fatto di aver trovato questo ed essere ancora vivi alla fine. Senza idea di quante volte ancora avremmo rischiato la pelle lungo la strada per Tynda, abbiamo deciso di  fermarci in anticipo…5 attraversamenti ferroviari su ponte erano abbastanza per un giorno soltanto.

In alcuni casi, perfino guidare lungo la ferrovia non è più un’alternativa possibile, a questo punto è tempo per l’opzione numero 4…trovare un’imbarcazione, o sedersi e pregare per un grosso camion.

  • Opzione 4: cercare l’assistenza di una imbarcazione o di un camion

Erano le 10.30 del giorno n°2, ed avevamo già conquistato più della nostra normale quota di ostacoli, incluso il poderoso Ponte sul Vitim. Ma appena abbiamo deciso di fermarci abbiamo raggiunto un enorme fiume senza attraversamenti possibili. C’era una guardia che non permetteva l’uso della ferrovia. Ci ha spiegato che se avesse accettato di farci passare e ci fosse stato qualche problema avrebbe potuto rimetterci il lavoro. Ma sapevamo che questa era Russia, e con sufficiente ammontare di gesti on le braccia ed una mancia altrettanto grande, qualunque cosa sarebbe stata possibile. Dopo 1 ora di negoziazioni, che non sono mai facile in russo, ci siamo accordati per pagare la grande somma di 7500 rubli per l’assistenza di alcuni locali. Mentre il sole stava calando ci siamo ritrovati a caricare le moto, una per volta e senza bagagli, in un piccolo fuoribordo. Con un serbatoio pieno da 25l per ogni moto, sollevare le moto sulla prua della barca è stato difficile, e poi abbiamo dovuto tenerle in piedi durante un’attraversamento traballante.

img_31231

Tuttavia l’operazione è andata a buon fine, perdendo davvero poco tempo. E’ stato un giorno di successo, quindi ci siamo fermati ed abbiamo festeggiato con una bottiglia di vodka. Non è mai una buona idea, inutile dire che il giorno dopo siamo stati puniti per questo.

Il giorno n°4 ci siamo dovuti di nuovo dovuti arrendere davanti ad un altro profondo fiume. Infreddoliti, bagnati ed esausti, ci siamo seduti sotto un cespuglio. Tuoni e fulmini, mi chiedevo quanto tempo avremmo dovuto aspettare prima che qualcuno vennisse in nostro soccorso. Questo è stato un momento particolarmente difficile. Eravamo senza aiuto ed abbiamo cominciato a pensare che fosse troppo presto (come stagione) per attraversare la BAM road. Forse i livelli dell’acqua erano ancora troppo alti? A volte non abbiamo visto camion per giorni interi, così ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se ad un certo punto ci saremmo completamente bloccati. L’ultima cosa che avremmo voluto sarebbe stato di rovinare il viaggio per questo. Ad un certo punto, con la coda dell’occhio scorgo un camion sull’altra sponda del fiume, ed in un disperato sforzo per ottenere aiuto ho corso verso la riva del fiume e ho urlato all’autista.  Il camion aveva un grande carico, ed era chiaramente inutilizzabile al nostro scopo. Comunque, con nostra grande sorpresa è venuto a darci una mano, ed entro 30 minuti un grande camion stava “navigando” nel fiume verso di noi. I ragazzi ci hanno guidato ad un grande cumulo di terra, dove insieme siamo stati in grado di trasportare le moto sul retro.

img_3223

Pete ed io ci siamo seduti sostenendo le moto durante il guado. E ‘stato un momento incredibile, incredibile come il camion ci portasse senza sforzo su questo gigantesco ostacolo, e ancora una volta abbiamo vinto contro le asperità del percorso. Con le moto in sicurezza dall’altro lato i camionisti ci hanno invitato nella loro cabina e ci ha offerto una tazza di tè. Non hanno accettato neanche uno spicciolo per il loro sforzo enorme per aiutarci, così abbiamo fatto una foto e cercato di fare il nostro meglio per mostrare il nostro apprezzamento. Quei ragazzi sono duri come chiodi.

Gli esempi descritti nelle opzioni qui sopra potranno darvi una qualche idea delle sfide quotidiane che abbiamo affrontato sulla BAM, e attraverso questo incredibile viaggio ci siamo accampati ogni notte accanto alla ferrovia. La terra sembrava letteralmente tremare sotto di noi quando i grandi treni a vapore passavano rumoreggiando, e il suono lancinante delle loro trombe spesso mi ha svegliato in un sudore freddo. Una sera, con il ricordo fresco del trascinamento della moto sulla pista e sulla ferrovia, Pete ha avuto un incubo e si è lanciato fuori dalla sua tenda alle 3 del mattino, convinto che ci eravamo accampati sulla ferrovia e che eravamo sicuramente spacciati! Gli orsi erano un’altra nostra paura, la gente del posto ci aveva avvertito innumerevoli volte sugli avvistamenti nella zona. Abbiamo pensato che rimanere vicino alla ferrovia sarebbe stata la strategia più sicura. Quando possibile avremmo acceso un fuoco e mangiato a 50 metri dalle tende. Ogni fruscio di un sacchetto di plastica, o il crepitio del fuoco portavano questo pensiero alla ribalta della mia mente, rendendo difficile per me a dormire. Spesso eravamo in moto sotto pioggia torrenziale, guadando fiumi gelati, e ciò significava che la nostra marcia era costantemente bagnata, eravamo fradici alla sera. Una bella serata asciutta è garanzia di una mattina di sole. La maggior parte dei giorni ci svegliavamo al suono degli acquazzoni, sapendo così che era giunto il momento di fare i bagagli di nuovo e affondare i piedi rugosi e pieni di vesciche nuovamente dentro gli stivali bagnati. Tutto questo è stato duro, ma l’ultima goccia dopo una lunga giornata sono i milioni di zanzare che ronzano intorno. A volte ce ne erano così tante che non abbiamo potuto neanche sederci e mangiare insieme, dovevamo piantare la tenda e fiondarci dentro! Al mattino a malapena riuscivamo a parlare, così ci davamo il tempo di riprenderci un po’ prima di affrontare la ripartenza.

6 notti e 7 giorni e abbiamo finalmente completato la sezione occidentale della BAM road. Giunti a Tynda, ho attivato l’interfono per dire “Congratulazioni Pete, sei un duro bastardo”.

Mentre scrivevo questo blog ho riletto una mail che avevo ricevuto dal mio amico Chris. Aveva scritto “Godetevi la BAM road compagni, sicuramente non può essere così male?”

Beh, è ​​stata davvero così brutta invece. Alcuni giorni erano come l’inferno, ma guardando indietro è stata la cosa migliore che io abbia mai fatto. La scarica di adrenalina e di sollievo che ogni ostacolo può portare non ha prezzo, e il senso di realizzazione per il completamento della missione rende ogni secondo valevole di essere vissuto. Imbarcarsi in una sfida difficile è come spingere se stessi al limite, e la ricompensa sta nel dimostrare ciò che si può fare. Il nostro amico Liam Page conosce questa sensazione fin troppo bene, dopo aver firmato per la “Marathon Des Sables”, una gara di 6 giorni per 151 miglia di endurance attraverso il deserto del Sahara in Marocco, la gara podistica più dura sulla terra. Buona fortuna a lui………io piuttosto preferirei cavalcare di nuovo sulla BAM!

TESTO TRADOTTO A CURA DI FRANCESCO RISTORI – ORIGINALMENTE DA WWW.TOUGHMILES.COM

0

Posted:

Categories: 2014, Racconti di viaggio

Dalla BAM non si passa, parola di camionista russo

Riprende il racconto della BAM road, affrontata dai due temerari motociclisti inglesi Peter Foulkes e Jon Brookbanks.
A raccontare è Jon:

 

BAM road non possibile

Così un gruppo di camionisti russi ci hanno comunicato, incrociando le loro braccia ed urlando, che la BAM road sarebbe stata un’impresa impossibile, secondo loro.

Questa è spesso l’opinione dei locali, così abbiamo provato a non ascoltarli, ma intimorisce comunque, soprattutto sapendo che avremmo avuto da percorrere ancora tanti km nel buio prima di raggiungere una forma di civilizzazione qualsiasi. Erano le 3.30 del mattino quando siamo arrivati in un piccolo paese chiamato Magistrale, dopo aver impiegato 17 ore di guida no-stop. Trovare una pensione era impossibile, specialmente a questa ora, quindi abbiamo dovuto montare, con riluttanza, la tenda dietro una derelitta capanna della ferrovia, ed abbiamo dormito nelle nostre tute da moto dalle 7 alle 12. E’ stato probabilmente il tragitto più duro fino ad oggi, e difficilmente era un inizio ideale per la nostra avventura nella BAM. Eravamo esausti, il morale era sotto i piedi, ed eravamo nervosi per ciò che ci attendeva.

Finalmente a Severobaikalsk, abbiamo montato le tassellate, visitato il museo della BAM e ci siamo preparati mentalmente ad andare “into the wild”.

Con una scarsa idea di quanto fosse lungo il tragitto per Tynda, abbiamo caricato acqua e noodles, e ci siamo assicurati che i serbatoi fossero pieni. Senza sapere quando avremmo trovato il prossimo benzinaio, i nostri serbatoi “Safari” da 28l erano essenziali. Ho fatto una breve chiamata a mia mamma, Sue, per spiegare che non sarei stato raggiungibile per i prossimi 10 giorni, forse. Sembrava preoccupata, così quando mi ha detto “Ma molti motociclisti percorrono questa strada vero?” ho semplicemente annuito, meglio non dirle che ci sono alcune sezioni della BAM dove perfino un camion 8×8 avrebbe difficoltà a passare, e che c’era più possibilità che vincesse alla lotteria piuttosto che noi trovassimo altri motociclisti lungo la strada.

La Baikal-Amur Magistral, BAM, è una linea ferroviaria che attraversa la Siberia orientale; la costruzione iniziò nel 1930, facendo largo uso di forza lavoro proveniente dai gulag, compresi anche prigionieri di guerra tedeschi e giapponesi; circa 150.000 persone morirono nella sua realizzazione per la durezza del lavoro a quelle condizioni e per la fame, dove solo il 10% dei prigionieri fece ritorno a casa. Nel 1953, a seguito della morte di Stalin, tutta la costruzione della linea si interruppe e la linea fu abbandonata alla natura per più di 20 anni. Comunque, essendo una strategica alternativa alla Transiberiana, specialmente lungo le sezioni vulnerabili vicino al confine cinese, l’interesse nel completarla rimase forte. Nel 1974 il progetto fu ripreso e nel 1991 fu dichiarata terminata.

La BAM “road”, se così si può chiamare, è una pista ad una sola corsia utilizzata per accedere alla stazione durante la sua costruzione e manutenzione. La strada corre da Taishet a Severobaikalsk, procedendo fino al Pacifico a Sovetskaya Gavan. Tynda è un piccolo paese grossomodo nel mezzo di questa, che divide la strada nella metà occidentale ed in quella orientale. Ci sono piccoli villaggi lungo la strada, comunque, molti sono stati abbandonati adesso. Gli insediamenti sono tuttora utilizzati a servizio della ferrovia. E’ difficile capire come possa esistere vita in un luogo così remoto, dove l’unica via di trasporto e spostamento è la BAM. Alcuni posti che abbiamo passato consistevano in soli 1 o 2 blocchi di appartamenti, con un solo negozio che vendeva solo il necessario per la sopravvivenza. Questi posti certamente non esisterebbero senza la BAM.

La parola “strada” non può essere usata. Neanche la parola “pista” o “sentiero” è giusta. In più sezioni il percorso è impraticabile, dove i ponti sono collassati o non sono mai stati neanche finiti. In questi punti l’unico modo di continuare è di percorrere la ferrovia, che è tuttora in uso da enormi treni a vapore. Il tracciato  si snoda attraverso una grande catena montuosa, e fiumi di ogni grandezza tagliano il percorso ad intervalli irregolari, a volte anche ogni 100m. La difficoltà di questi attraversamenti dipende dalla stagione, ed inevitabilmente anche il clima locale gioca un ruolo importante giorno dopo giorno. Gli inverni baltici significano avere in giugno ancora le montagne coperte di neve, e molti dei grandi fiumi sono ancora nel loro processo di decongelamento. Questo rende i paesaggi stupefacenti, ma l’alto livello delle veloci e fredde acque non aiuta nel tentativo di guadare i fiumi con una motocicletta.

Il terreno cambia costantemente. Chilometri di spessi banchi di sabbia diventano rapidamente ghiaia, seguita poi da “piscine” di fango e solchi profondi. La nostra direzione spesso diverge dalla linea ferroviaria, scalando fino a 1000m in altezza sul ripido letto di un fiume. Questi momenti sono divertenti, lottare con la moto contro rocce e sassi, mentre senti i detriti suonare contro il paracoppa. A volte sembra come di trovarsi nel mezzo di una competizione di hill climb, dove tu provi a stare a sedere, a stare in piedi, qualsiasi cosa nel tentativo di alleviare pressione e bilanciare la moto. La salita sembra non fermarsi mai, ed è incredibile che le moto e le gomme sopravvivano. E’ facile prenderci la mano, e solo dio ha voluto che non cadessimo o che le nostre moto si fossero danneggiate seriamente, non realizzo davvero come ne siamo usciti.

Generalmente il tracciato è stretto e delineato da alberi su ogni lato. Occasionalmente ci sono aperture da dove si può vedere la ferrovia, indicando che stai procedendo nella giusta direzione! Ad ogni crinale ti chiedi quale ostacolo starai per affrontare, ed il mio cuore affonda ogni volta che il tracciato si divide. A questo punto una strada va sempre in alto, conducendo ad un ponte in legno marcio, o semplicemente ciò che ne rimane.L’altra strada va verso il basso, portando ad una sorta di guado.

Questo è tipico della BAM road, e senza possibilità di tornare indietro ci sono veramente solo 4 opzioni per proseguire…

TESTO TRADOTTO A CURA DI FRANCESCO RISTORI – ORIGINALMENTE DA WWW.TOUGHMILES.COM

1

Posted:

Categories: 2014, Racconti di viaggio

BAM Road: test finale per uomo e macchina

La Baikal-Amur (Magistrale Baikalo-Amurskaya, BAM) è una linea ferroviaria in Russia.
Lunga 4.324 km, si trova a circa 610-770 km a nord della parallela ferrovia Transiberiana; la BAM fu costruita come un percorso alternativo strategico alla ferrovia Trans-Siberiana, in particolare lungo i tratti vulnerabili vicino al confine con la Cina.
I costi della BAM sono stati stimati in 14 miliardi dollari, ed è stata costruita con materiali speciali e durevoli in quanto gran parte di essa è stata costruita sopra il permafrost.
A causa del terreno, del tempo, della lunghezza e del costo, il premier sovietico Leonid Brezhnev descrisse la BAM come “il progetto di costruzione del secolo“.
Questa ha origine dalla ferrovia transiberiana a Tayshet, passando per Severobaikalsk (a nord del lago Baikal), per finire poi a Sovetskaya Gavan, nel Pacifico.
La sua costruzione fu iniziata negli anni ’30 del 1900, sfruttando la manodopera dei Gulag, i lager russi, terminata poi dal lavoro di migliaia di topografi ed ingegneri solamente nel 1991.
Vicino alla ferrovia corre il tracciato stradale, realizzato come percorso di servizio per manutenzione della linea ferrata.
E’ in condizioni pessime, con ponti collassati, pericolosi attraversamenti di fiumi, numerose e profonde buche e inesorabili paludi.
La strada è percorribile solamente da veicoli ben preparati per l’off road: si può impiegare anche un mese intero per percorrere il tratto dal Baikal a Komsomolsk.
Le leggende che si narrano su questo incredibile tracciato, i passaggi mozzafiato, la scarica di adrenalina che ti dà il pensiero di esser solo e dover affrontare un guado od un ponte dissestato, questo è ciò che mi ha spinto a considerare l’itinerario della BAM road entro quello del viaggio.
Ed è perciò che mi piacerebbe trasmettervi, già da ora, la curiosità verso questa parte del mondo desolata eppure così attraente e misteriosa: questo sarà possibile grazie alle parole dell’avvincente racconto postato sul sito personale di Peter Foulkes e Jon Brookbanks, due motociclisti che su DRZ-400 Suzuki hanno affrontato questa strada, da Severobaikalsk a Tynda, non senza imprevisti e difficoltà.
Così racconta Jon:

Per affrontare la BAM road non servono semplicemente abilità motociclistiche, affrontarla mette alla prova la vostra resistenza fisica e psichica. E’ impossibile descrivere quanto dura sia davvero, e una volta alla fine è troppo semplice dimenticare il dolore che ogni chilometro può portare.

La mongolia è presto un ricordo non appena ci dirigiamo a nord in Russia, da Ulaanbaatar. Con le nostre abilità offroad migliorate è tempo di prepararci e mettere a fuoco la sfida finale, la BAM road, verso Tynda. Abbiamo impiegato molte ore, giorni, persino settimane, pensando a questa avventura e cercando di dcidere se avremmo avuto il tempo, le capacità e la volontà di affrontare un tratto di terra così impegnativo e sconosciuto, prima di partire per gli U.S.A.. Ma davvero non v’era opzione,  non potevamo lasciare la Russia senza dare il meglio di noi.

Il piano era di acquistare nuove gomme, olio per catena e olio motore ad Irkutsk, il capoluogo della Siberia orientale. Da lì avremmo viaggiato verso nord attraverso Kachug e Zhigalovo, prima di guidare in una strada sterrata verso Severobaikalsk, una piccola città mella punta settentrionale del lago Baikal. A questo punto vorremmo impegnarci lungo la BAM road, nel tentativo di cavalcare le nostre moto ad est verso Tynda, 1400km di pura avventura offroad, senza via d’uscita. Avremmo potuto completarla o tornare al punto d’inizio. Non c’è davvero altra via per proseguire.

Il viaggio da Irkutsk a Severobaikalsk avrebbe dovuto essere dritto e senza difficoltà, ma il tratto offroad non era come ci aspettavamo. La strada all’inizio segue il fiume Lena, con un buon fondo di ghiaia e panorami fantastici.  La fortuna ci ha voltato presto le spalle, non appena dei banchi di spessa sabbia ci si sono parati davanti; da lì in poi la condizione della strada è rapidamente deteriorata. E stato un tragitto punitivo con infinite buche, circondato dalla fitta foresta e terreni paludosi.

                    

Questo non si sposava bene col nostro piano di campeggiare sulla strada, e presto ci siamo ritrovati a spingere anche durante la notte. Le cose hanno continuato a peggiorare quando abbiamo trovato un autocarro rovesciato sulla strada a bloccare il passaggio. Abbiamo così aspettato un gruppo di camionisti russi che hanno riaperto la carreggiata, e comunicando con noi attraverso gesti, hanno incrociato le loro braccia urlando “BAM road non possibile”.

TESTO TRADOTTO A CURA DI FRANCESCO RISTORI – ORIGINALMENTE DA WWW.TOUGHMILES.COM

1

Posted:

Categories: 2014, Racconti di viaggio

Latest posts

Cittadino giapponese starter kit

Benvenuti in Giappone! Quello vero, non quello de

Corea – toccata e fuga

Corea. Corea? Già, che c'entra?! Partiamo dall'i

Il timido Monte Fuji

Hokkaido, fattoria di Saeki: arrivano molti avvent

Newsletter

Contact info

Per qualsiasi info, consiglio, proposta, o semplicemente per fare due chiacchiere, contattami!

e-mail: info@sognandoriente.it

Qui sotto trovi tutti i contatti

                 Freccia